Facci sostiene che il “politicamente corretto” di oggi non nasca dal vociare della strada, ma scende dall’attico: un lessico calato dall’alto, con bollini e cambi di etichetta ogni sei mesi, che separa l’élite dal resto del pubblico. Si passa dai sinonimi proibiti alle identità moltiplicate “per decreto”, con Hollywood e piattaforme che si adeguano al nuovo galateo come ai saldi di stagione. Perfino il fumo, dice Facci, è diventato un test di intolleranza sociale più che una questione di nicotina: non disturba il fumo, ma il fumatore.
Si passano in rassegna le parole che scottano: il termine tabù, l’etichetta “autistico” sostituita da “neurodivergente”. Le parole sono strumenti, l’offesa è (anche) nell’intenzione e nelle orecchie di chi ascolta. Sullo sfondo aleggia la tesi antropologica del giornalista: utlizzare il moralismo come “toppa” correttiva produce l’“effetto rebound”, per cui se alzi troppo il volume del coro, regali un palcoscenico ai controcanti (ogni riferimento a Trump è puramente casuale). Un duetto satirico dove ogni parola viene pesata, rigirata, sospettata. Così l’intervista diventa un piccolo manuale di sopravvivenza al lessico contemporaneo: non per imparare come parlare, ma per capire quanto ormai ci facciamo zittire dalle parole stesse.